Io non abito più qui.

Marco Vezzaro
6 min readSep 16, 2021

Ci sono un tavolino e delle sedie da giardino abbandonate lì lungo il vialetto di casa dei miei, nella posizione fuori asse di quando ti alzi e non risistemi tutto, perché tanto ti risiederai di nuovo. Io, se so che me ne sto andando, rimetto sempre a posto la sedia, con la seduta sotto il tavolo, lo schienale parallelo al lato del tavolo.

Siamo tutti diversi.

Nessuno è tornato a sedersi, la sedia rimane lì come un invito, ma intanto è sceso il buio, sono le ultime ore d’estate, è piovuto dopo molto tempo.

Il prato dove giocavo a calcio con i miei amici del giardino ora è impraticabile col pallone, ci hanno piantato troppi cespugli. L’hanno fatto apposta, ancora prima che crescessimo e smettessimo da soli.

Ho imparato lì come si calcia un pallone più forte che puoi, che non è solo questione di quanto carichi la gamba, ma di come impatti il collo del piede su che regione della sfera. La palla si impenna, ed è così che una volta l’ho lanciata sul tetto di uno dei cinque palazzi del mio condominio. «Scemo», mi hanno urlato i miei amichetti, tutti più grandi di me. Ho incassato l’insulto, ma sotto sotto ero compiaciuto del traguardo. «Beccatevi questa, sono grande anche io.»

Io ero solo il fratello piccolo del bambino più popolare, una specie di mascotte, il più scarso a calcio, il più frignone, quello che quando si giocava ai Power Rangers non aveva un personaggio perché li avevano già presi tutti gli altri, e allora doveva fare il cattivo, il mostro, quello destinato a essere sconfitto. Me lo sono fatto piacere alla fine. Dopo molte volte che sono tornato in casa dal giardino esausto, e ho pianto.

«Provo una forte rabbia.»

«La provava anche prima?» mi ha chiesto la mia terapeuta, guardandomi negli occhi penso, non so dirlo perché guardavo un filo uscito dalla trama della poltrona su cui ero. È la stessa rabbia che prima trattenevo, mi stava chiedendo. Quella che mi ero imposto di non far trapelare, con me e con gli altri, e che si tramutava in un senso di colpa che aveva finito per spegnermi del tutto.

«Non lo so. Però mi sono sorpreso del mio modo di arrabbiarmi, di non tenermi più tutto dentro. È la pentola che è scoppiata, però il giorno dopo quando ti svegli i fornelli non si sono puliti da soli.» Ho usato proprio questa metafora, della schiuma che deborda e si schianta sul fuoco, prima di incrostarsi tutta la notte.

«Non c’entra nulla» le ho detto, «ma ieri un bambino con cui giocavo in giardino da me quando ero piccolo ha ammazzato una persona, è scappato per tutto il pomeriggio finché poi, braccato, si è sparato».

L’ho raccontata così, proprio, ho appiattito i piani temporali, dando luce a questa frase disturbante «un bambino ha ammazzato una persona». Non è lontano da quei giorni in cui lanciavo il pallone sul tetto l’ultima volta che gli ho parlato, che ho saputo qualcosa di lui. C’è stata una vita di mezzo.

Se vado a trovare i miei genitori, parcheggio vicino a un arbusto secco, poco rigoglioso, a forma di V ripiena, mi ricordo di essermi nascosto lì dietro, seduto composto, in un turno di nascondino, e non mi hanno trovato per ore.

Il nascondino era il gioco più semplice e più bello, in un complesso condominiale come il nostro, pieno di portici, alberi, retrogarage, stanze, tunnel, auto parcheggiate, corridoi. I palazzi erano tutti e cinque quasi uguali, ma ognuno di loro aveva un elemento architettonico singolare, una variabile nel gioco. L’unica cosa vietata era nascondersi tornando in casa, passando dal garage.

Preferiva giocare a guardie e ladri che a nascondino. È un nascondino però con le armi. E i ladri non possono vincere. Possono solo ritardare il più possibile la sconfitta. I ladri non hanno le armi, ce l’hanno solo le guardie.

«A che cosa pensa?»

«Pensavo a come si perde il controllo. Mi domando sempre se quando provo una forte rabbia e finisco per esternarla forse qualcosa mi sta cambiando, mi sta rendendo una persona peggiore. Se la diga cede quanto impiega a crollare?».

Raccontavo alla mia psicologa come mi ero piegato a sputare il fuoco nei giorni prima, azzoppato dallo stress, e stringevo le mani mentre lo raccontavo, dopo una notte passata in un sonno granitico, e un risveglio trascinato, in cui piuttosto che alzarmi dal letto avrei desiderato scomparire dal mondo. «È perché sto smettendo con i farmaci? Ho quasi scalato tutte le gocce. Stava andando tutto così bene.» Questo non ho avuto il coraggio di dirglielo. Lei l’ha capito. Mi ha chiesto di nuovo «A cosa sta pensando?» e io non ho risposto. Non ho risposto.

Come dev’essere stato perdere il controllo, girare così tanto con un’arma da usarla infine, e poi fuggire fino a decidere poi di usare la pistola un’ultima volta. Dove scende chi compie un atto come questo, e quanto è profondo quel posto in cui scende.

«Scendi?» era quello che mi dicevano al campanello quando mi suonavano gli amichetti. C’era la televisione, oppure i giochi in giardino, oppure i compiti. Andando avanti con gli anni, sempre più i compiti.

Il nascondino, guardie e ladri, il pallone finché non hanno piantato troppi alberi, le storie di paura ai quattro alberi, che era un piccolo cerchio formato da sette alberi, ma noi li chiamiamo «i quattro alberi». Un luogo con un qualche fascino esoterico, in cui ci immaginavano di scavare una buca e trovarci qualche presenza aliena. In giardino dai miei è rimasto tutto simile, ma quel luogo non c’è più. Ci sono ora quei tavolini e quelle sedie abbandonate, perché i genitori scendono assieme ai bambini di adesso. E noi, bambini di allora, scendiamo in altre profondità.

«Mi ha detto che non c’entrava niente, ma a me sembra invece che la storia di questo suo amico e di questa rabbia di cui mi raccontava prima parlino entrambe della perdita del controllo, e della paura che le fa.»

E io lo temevo che mi avrebbe smascherato, che la mia premessa non sarebbe servita a niente. Perché la storia di un bambino con cui non avevo più avuto contatti per decenni aveva impattato la mia mattinata in un modo così deflagrante? Perché proprio questa sera ho voluto tornare in quel giardino, e vedere cosa era rimasto e cosa era cambiato? Scendi, vieni giù, pareva dirmi nel suo silenzio all’indomani di una tragedia che l’ha portato sui giornali.

«Ho paura di ciò che sto diventando. Paura che cedendo il terreno alla rabbia, lei si prenderà tutto ciò che ho, e mi trasformi in chi non voglio diventare.»

Volevo piangere mentre le dicevo queste parole a nudo. Ma piangere per rabbia è sempre un po’ più difficile che piangere per il dolore.

«Sono già dall’altra parte? Ho già varcato la diga?» le ho chiesto.

Non mi ha risposto e mi ha sorriso, come fa sempre quando invece che sviscerarle un problema salto direttamente a chiederle la soluzione, e il sorriso mi ricorda sempre che lei non è qui per questo, lei le soluzioni non ce le ha, i consigli non ce li ha, le scorciatoie non le conosce, o se le conosce non me le può indicare.

«Sa, ero il più piccolo, ma ero il più bravo a nascondino.»

Ho percorso il vialetto fino al cancello piccolo, davanti al palazzo in cui viveva il bambino, perché io non abito più nel condominio dei miei, ma non me ne sono mai andato davvero. «Lei la rabbia la provava anche prima. Ha solo iniziato a mostrarla. Ha smesso di nascondersi».

Quando mi sono chiuso il cancello alle spalle, dopo aver abbracciato i miei genitori e mia sorella, ho pensato che fino a ieri ero riuscito a tenere la morte e la disperazione lontane da quel giardino, e mentre camminavo per il vialetto, con le panche abbandonate lì, gli alberi bagnati e immobili, vedevo che nemmeno quel luogo che avevo mappato in ogni centimetro era più innocente; l’atrocità si era mostrata anche lì, dove ero cresciuto, dove avevo sofferto, dove avevo imparato a calciare, a nascondermi e a non farmi trovare, dove avevo finto di farmi sparare da una persona che poi una pistola trent’anni dopo l’ha usata davvero, contro innocenti e contro sé stesso, come ultima cosa.

Salito in macchina, Conor Murphy ha sussurrato dallo stereo «dragging myself back home, but I’m homesick everywhere I go without you, I feel so homesick everywhere I go», e lì, quando non ci speravo più, mi sono lasciato andare ai singhiozzi. Non piangevo di rabbia, era dolore, e il desiderio di sentire che abitavo ancora questo corpo.

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Marco Vezzaro

Copywriter & Editor | Volevo fare il calciatore ma è troppo tardi, vorrò fare lo scrittore fino a quando non sarà troppo tardi | http://marcovezzaro.com