Inerti

Marco Vezzaro
22 min readAug 29, 2022
Grazie ©Alina Trifan per questa foto in prestito

Bonifica

Il cielo era un lenzuolo rigonfio d’acqua che aspettava di liberarsi sul suolo caldo. Stavo sulla mia coperta distesa sull’erba di Prato della Valle, seduto come un ragno a pancia in su, stando ben attento a non farmi pestare le dita dai bambini che si rincorrevano. Centinaia di famiglie intere dallo Sri Lanka con il vestito buono, quello della domenica, si erano riversate sull’Isola Memmia con a rimorchio sacchi, borse e zaini colmi di tupperware stipati di cibo, le più preparate avevano sedie e tavoli pieghevoli. Mi avevano colpito i vestiti, soprattutto. Alcune donne avevano abiti di gusto medievale, da giostra, con questi drappi coloratissimi ornati di pietre di bigiotteria, che fasciavano i busti e cadevano larghi dalla vita ai piedi strascicando sull’erba e la ghiaia, e alcune bambine replicavano in scala mini la stessa eleganza senza rinunciare a correre, una cosa che sembrava molto più divertente del mangiare adulto. Gli uomini arrancavano affaticati dentro a completi occidentali, in tessuti di qualità mediocre che sembravano traspirare molto poco, e in una giornata afosa come il primo maggio a volte sa essere, e quella volta era, davano la sensazione di essere imprigionati in un costume di cui si poteva vedere la puzza di sudore. L’intera piazza era un raduno surreale, una finestra sull’Asia meridionale che si era aperta come un portale sulla mia città teletrasportando centinaia di convitati a una festa di cui non sapevo nulla. Mi avevano raccontato di quando Prato nella Valle, negli anni Ottanta, prima che nascessi, o proprio mentre nascevo, era una specie di bosco nebbioso in cui gli eroinomani andavano a cercare di respirare, e tutti gli altri stavano alla larga, camminando rasente i muri all’ombra della Basilica del Santo, ben attenti a non scivolare per errore dalle braccia di Dio a quelle del diavolo.
Di quel luogo tetro non era rimasto nulla. I bulldozer avevano abbattuto più di metà degli alberi, lasciando quelli giusti per dare qualche isola di ombra in mezzo a un prato livellato e rifatto, come un tappeto steso sopra alle siringhe spazzate, e i quattro sentieri di ghiaia che tagliano l’isola Memmia in quattro spicchi erano tornati a indicare una strada di passaggio che la grande fontana al centro dirigeva come un vigile. Piano piano, Prato della Valle era stato restituito alle copertine delle guide di Padova e a delle passeggiate cittadine più caste, di persone con le braccia vergini, e i tossici spediti da qualche altra parte a consumarsi dove l’amministrazione aveva fatto spostare la nebbia. In quegli anni, io scoprivo che se pedali fortissimo sulla bicicletta poi puoi mollare la presa coi piedi e vedere le ruote andare da sole, e che sull’asfalto quell’inerzia dura di più che sullo sterrato degli argini, e nel paese che stava diventando casa mia e della mia memoria, Vigodarzere, c’erano sia gli uni che l’altro.
Il fiume è un confine, e ai bambini viene sempre detto di non avvicinarcisi troppo alle frontiere, perché oltre c’è il territorio degli altri, quello sconosciuto, in cui ciò che succede non si può prevedere. Avrei capito molto più tardi, in quell’età in cui smetti di farti le domande, che il fiume era il confine, ma anche un segno di matita che la strada principale di Vigodarzere aveva ripassato con la penna d’asfalto, dando la forma al paese che conoscevo fino a darlo per scontato. La domenica con mamma, papà e mio fratello, parcheggiavamo in un posteggio a pagamento sorvegliato del centro di Padova, subito di fronte a un negozio dove ogni settimana ci facevamo comprare delle caramelle, ci trascinavamo per il centro, e poi tornavamo a casa, nella nostra periferia promessa. Arrivando dalla città si tagliava l’Arcella, si oltrepassava un semaforo infinito, poi un passaggio a livello che era la frontiera ultima prima di Vigodarzere. Non mi stancava mai il gioco, fermi alle sbarre del passaggio a livello, di indovinare se il treno sarebbe arrivato da sinistra o da destra, e non lo fece prima che il passaggio a livello fosse rimosso scavando un sottopassaggio sotto i binari; quanto al semaforo poco prima, quello fu sostituito da un sistema mastodontico di una geometria stradale che ancora mi era oscuro, e che poi imparai a chiamare “rotonda”, all’altezza del vecchio complesso della Saimp; “lì ci ha lavorato il nonno” mi dicevano sempre quando ci passavamo con la BMW tre volumi di papà.
Oltre la ferrovia inizia Vigodarzere, la strada porta dritta alla chiesa dedicata a San Martino, e già da lontano all’orizzonte si staglia il campanile di Vigodarzere, così alto e sproporzionato per le dimensioni del borgo che non ti spieghi come faccia a stare in piedi. Quando pare che la strada vada a sbattere sulla chiesa, fa una curva secca a destra e prosegue un altro centinaio di metri, prima di svoltare stavolta a sinistra, e correre verso le montagne. A quella svolta, se non si segue la strada ma si procede dritti, si arriva alla casa che i miei genitori hanno comprato nel 1990, e nonché l’unica casa che ho abitato di cui abbia un ricordo.
“Non volevo saperne di venire a vivere qui” dice sempre mia madre, che forse a casa non ci si è sentita mai da nessuna parte, tranne forse qualche remota spiaggia, di sicuro mai nel Veneto in cui pure ha sempre vissuto, e che sta impresso indiscreto anche nel suo cognome troncato. Per una come lei, intellettuale di sinistra combattiva degli anni Settanta, la Vigodarzere di inizio anni Novanta deve essere sembrata il cortile di una fattoria presidiato da burberi zotici col fucile e la Bibbia sul comodino, e non è detto che la realtà fosse troppo distante, uno di quei luoghi che sorgono quasi come erbacce attorno a una pompa di benzina. Non so come la convinse alla fine mio padre. Può darsi che sia stata la grande taverna con il pavimento in cotto comunicante con il garage doppio, o forse la grande terrazza affacciata sul parco condominiale, può darsi che sia stato il parco condominiale stesso; può darsi che lei, più dei suoi ideali abitativi, amasse mio padre.
Da qualche anno a Vigodarzere non ci torno, ci vado. Ed è come guardare la riva dal mare; stai solo facendo il percorso in ordine inverso, ma questo basta a notare le cose con una lucidità diversa. I giardini affacciati sull’argine sono innaffiati con religiosità, come se il minimo segno di ingiallimento arido fosse opera satanica, e in alcuni capanni sono parcheggiate auto che probabilmente non vanno più in moto. Alternati alle ville, come il battere e il levare, ci sono complessi condominiali di piccola dimensione, da sei a dodici appartamenti al massimo, tutti massicci nella loro scocca di cemento adorno; le cose negli anni Novanta si facevano a puntino. Niente infissi in alluminio, niente vetrocemento, niente soluzioni fantasiose di contrafforti o alternanze cromatiche disturbanti, o portoni di garage troppo in vista. L’idea, forse presa dalla cucina americana, era che il grosso distrae dai dettagli, e quindi sì ai palazzi imponenti con spazi generosi, no agli alveari come nelle periferie industriali, nessun brutalismo ma nessuno slancio. Oggi osservo quei giardini dall’argine, ci vedo scritto un senso di stasi rassicurante, come quello che dà la luce fissa di un lampione, e mi fulmina il pensiero che la sera in cui ho percorso la strada da Vigodarzere al centro con i miei oggetti in delle scatole per non tornare mai più a dormire nella casa dei miei genitori, non avevo alcuna ansia di andarmene di lì. Lì, del resto, e nonostante tutto, ero stato bene.
E anche se dei miei fratelli è toccato a me essere il primo a sfondare quella breccia, non ero stato il primo della mia famiglia a lasciare il letto rassettato.

Restauro

Seduto sull’erba, in mezzo a quella festa singalese, mi domandavo quante di quelle famiglie lì attorno a me fossero davvero felici. Era evidente che il cielo non ce l’avrebbe fatta ancora a lungo a trattenere un acquazzone, ma la festa ormai aveva dato il meglio di sé. I tupperware erano perlopiù vuoti, i bambini ancora non stanchi di rincorrersi ma dai loro strascichi si notava che avevano percorso diversi metri.
Guardavo preoccupato le nubi blu verso sud, nella direzione opposta a Vigodarzere. Mancavano dieci giorni all’anniversario di matrimonio dei miei genitori, il primo che non avrebbero festeggiato, e tutto quello che cercavo di fare era provare a svolgere lo sguardo dall’altra parte.
Alzare il volume della televisione per non sentirli urlarsi contro sottovoce, in quella illogica combinazione che va in scena quando sei arrabbiato e dolorante, ma cerchi di fare in modo che i tuoi figli non lo sentano, e ne escono delle porte chiuse di netto, sussurri striduli, a rendere tutto più difficile come quando vuoi chiamare aiuto mentre sogni, e la voce non ti esce.
Trovare una scusa per uscire di casa e passarci meno tempo possibile; la tesi, sì, devo fare la tesi, starò tutto il giorno in aula studio, in biblioteca. La biblioteca che era un luogo sacro di silenzio dove i pensieri di una famiglia in disfacimento avevano decine e decine di metri cubi in cui correre e formare vortici. La biblioteca di palazzo Maldura era un tempio tutto impalcato, l’avevo conosciuta anoressica, e frequentata per quasi tutto il tempo con il suo scheletro in vista, che permetteva una bizzarra convivenza tra gli operai dei restauri e gli studenti che consultavano i volumi. Quel maggio si era arrivati finalmente a dichiarare completati i lavori, e lo scheletro di ferro era stato rimosso. La grande sala affacciata con le finestre su viale Codalunga ora sembrava vuota, più fragile; quando si guarisce si è meno protetti.
Prendere le distanze funzionava, ma mi rendevo conto che le mie giornate erano una specie di melma amorfa, in cui si impastavano ore dedicate a uno studio distratto incontro a una laurea lontana ancora mesi per impensierire davvero, sigarette rollate che scandivano le pause, caffè che sapevano di bruciato, spritz annacquati, e poi l’inevitabile ritorno a casa, a un’ora in cui il buio si faceva via via meno fitto. Lì la melma andava a calarsi in un pozzo solidificandosi, perché il dolore, per come lo avevo conosciuto all’epoca, aveva sempre una forma solida e definita. Liquefacevo le giornate perché era l’unico modo di assorbire l’impatto delle vibrazioni, mentre i litigi a casa si facevano strada in modo fragoroso fra la solidità. Prova a prendere a bastonate una pozza di fango, poi fai lo stesso su un pezzo d’acciaio. Avevo scelto la mia strategia, cercavo di sciogliere tutto. I terremoti sono lo sprigionarsi di una forza elastica che nasce dallo scontro o dallo sfregamento di due placche. Sono solidi che vibrano. Più sono molli i suoli, più gli effetti si attutiscono.
Una sera di fine maggio ero ancora sveglio nella camera che dividevo con mio fratello, quando il letto a castello cominciò a vibrare. Ci misero poco mia madre e mia sorella ad accendere le luci nelle loro stanze, a correre l’una verso l’altra, abbracciandosi spaventate. Io le guardavo, non sapevo cosa dire. Non li avevo mai sentiti i terremoti, ma questo era stato forte, doveva essere stato molto vicino. La terra aveva smesso di tremare quasi subito. Avevo pensato a mio padre. Dov’era in quel momento? In quale albergo era stato sorpreso da un terremoto, lontano da casa sua, lontano da noi, con una borsa in cui aveva messo qualcuno dei suoi vestiti, alcune delle “cose” che odiava che gli altri toccassero, e che mia madre proprio per colpirlo lì dove era più scoperto continuava, nei loro litigi, a toccare, gettare per aria, spargergli per la casa, disperdendogli anche la calma e il controllo. Papà dove sei, spero che tu stia bene, mi manchi molto, torna a casa, aggiusteremo tutto, pensavo dal letto, mentre un cono di luce ritagliava le figure di mia madre e mia sorella abbracciate. Ci eravamo svegliati con le notizie di Finale Emilia e Mirandola distrutte e inagibili, lì il terremoto era stato catastrofico. A Padova pensai fosse solo partito qualche allarme, ma qualche giorno dopo la biblioteca di Palazzo Maldura, appena guarita, chiuse. C’erano stati danni alla struttura, le impalcature di metallo sarebbero tornate nella sala. L’euforia per il tempio ritrovato era durata poco più di un mese. Da poco meno di un mese invece, quel pomeriggio in cui ero capitato per caso a un capodanno singalese in Prato della Valle, e stavo aspettando che finalmente si decidesse a piovere e a lavare via quell’afa che mi levava il respiro, avevo ricevuto il messaggio.
“Papà se ne sta andando.”
Così, prima che iniziasse a piovere, ero risalito in auto e avevo imboccato la strada per Vigodarzere, cercando di tornare in tempo.

Ristrutturazione

Da bambino credevo che una scorciatoia non fosse una via più breve, ma un qualsiasi percorso alternativo a quello principale. Deviare, fare un’altra strada, lontana dagli occhi e dalla convenzione, magari allungare il tragitto, per me era una scorciatoia. L’avevo imparato girando in bicicletta per tutta Vigodarzere, imparando a unire i puntini fra le case dove abitavano i miei amici, la chiesa, la gelateria, le scuole, i campetti, i bar dove bevevo coca cola. Le mappe le costruisci così, collegando isole. Cambiare strada era il mio modo di possedere un luogo, conoscerne i passaggi segreti; credo che alla lunga questo abbia finito per espropriarmi del senso del tempo: io non so quantificare il tempo che sto passando alla guida, se sto facendo la strada più corta o la più lunga, la più veloce o la più lenta, sbaglio quasi sempre a valutare e in fondo a me non me ne frega poi un cazzo, il problema è quando frega a chi è in auto con me. La tangenziale di Padova è una specie di ascensore che si muove in orizzontale, perché per una buona parte è sopraelevata, soprattutto nei tratti che si avvicinano a Vigodarzere. Da lì bisogna imboccare l’uscita, ed è un movimento di discesa, ci si cala in un certo senso. Proprio quella tangenziale che per molto tempo, per pigrizia, percorrevo sempre, usandola come passaggio obbligato per andare quasi ovunque, era stata costruita sopra quel vecchio semaforo della Saimp, dove era sorta l’enorme rotonda della Saimp. La rotonda della Saimp gira attorno a un terreno verde in cui per vent’anni non c’è stato niente. Pochi anni fa hanno piantato con timidezza degli arbusti; staremo a vedere come cresceranno.
Mentre correvo verso casa il 1 maggio 2012, la tangenziale mi aveva per un tratto sospeso sopra alle cose, come faceva sempre, ma in quel momento più che mai avevo bisogno di non avere attorno nulla, di non percepire nessun segnale del mio muovermi nello spazio. Proprio come succede in ascensore. Quando poi la rampa di uscita mi aveva risputato a tre chilometri scarsi dalla casa da cui se ne stava andando mio padre, il paesaggio aveva ripreso la sua forma, ed era illuminato della stessa luce diffusa, gialla e grigia, che il lenzuolo rigonfio aveva inviato come minaccia su Prato della Valle e il capodanno dello Sri Lanka.
Le case più alte erano affacciate sulla strada principale come se si sporgessero per guardare i passanti, e via via che vi si allontanavano scendevano fino a lasciare di nuovo spazio ai campi, e al fiume. Mi sentivo tutti gli occhi delle case addosso, a me e alla mia paura di essermi perso l’ultimo istante in casa di mio padre. Appena passato il sottopasso, quindi, presi la scorciatoia a destra. Era la strada più lunga, e con la stessa fallata percezione del tempo calcolai che avevo allungato la strada di qualche secondo, forse di un minuto. La scorciatoia era l’unico modo che avevo di sottrarmi al voyeurismo delle terrazze sulla strada, mentre mi pareva che l’orizzonte volesse inghiottirmi. Non accadde, e arrivai a casa, aprendo il cancello elettrico, e parcheggiando esattamente sotto la grande terrazza del nostro appartamento, che si apre su tre stanze diverse. Quando scesi dall’auto, chiudendo lo sportello, mi sorprese il silenzio. Non c’era un alito di vento, di fronte a me la casa con le finestre aperte sembrava senza vita, in tutto il condominio, il parco condominiale e i palazzi attorno pareva non esserci un’anima.
Mi ero immaginato, non so perché, di trovare la casa avvolta dalle fiamme, in un surreale esito onirico. Poco fumo, nessuna parete annerita, solo fiamme che divampavano dalle portefinestre, mentre tutto il resto delle abitazioni andava avanti nella tranquillità di un giorno di festa di primavera inoltrata, come se niente fosse. La mia coscienza aveva prodotto quell’immagine per dare una scena intellegibile al mio senso di colpa per essermi allontanato, ed essere arrivato troppo tardi. Arrivare, trovare una casa vuota, divorata dalle fiamme ma ancora integra.
Qualche anno dopo, seduto su una poltrona di fronte alla mia terapista, stando ben attento a non guardarla negli occhi, avrei raccontato che non mi sono mai allontanato troppo dalla mia vita per la paura che se ne andasse in pezzi mentre ero via.
“È come se avessi bisogno di tenere una telecamera di sorveglianza accesa su tutto, è come se qualcuno mi avesse dato in mano la responsabilità di stare lì, ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette, e io mi sento questo compito addosso, e vorrei che qualcuno me lo avesse detto chiaro e tondo almeno una volta, e invece non è mai successo, è una mia invenzione, un mio costrutto, ma sta decidendo la mia vita ogni singolo giorno, da ogni mattina quando mi sveglio, ogni merda di giorno io devo accertarmi che la notte le cose non siano andate in pezzi, e tenere gli occhi aperti fino a quando non crollo per evitare che vadano in disfacimento davanti a me. E la verità, lo sa, è che avrei anche voluto sentirmi dire almeno una volta ‘ci sei sempre stato. Eri lì.’ Avrei voluto che me lo riconoscessero, che qualcuno si accorgesse dei miei sforzi di esserci. Avrei voluto che qualcuno si accorgesse anche di quando non c’ero. Avrei voluto davvero esistere, esistere più di così.”
“Ma Lei — mi diceva lei dopo che mi ero fermato, ero in silenzio da diversi secondi, e guardavo le tende a frange sul punto di infrangermi in lacrime — Lei in tutto questo dov’è?”
Dov’ero io, chi ero io, se esistevo solo quando qualcuno si accorgeva di me?
“Lei si è assunto questo carico sulle spalle, ma quando si disgrega Lei, chi c’è a guardarla?“
Quando ancora mi ero sentito solo in questo modo? Quando mi ero ristrutturato la camera, quella in cui ancora io e mio fratello dormivamo assieme, più di 50 anni in due. Era una stanza più lunga che larga. Accanto alla porta ci stava giusto un letto a una piazza e mezza. Non ci stavano due letti in fila. Era una camera per bambini, ma negli anni Novanta le case si costruivano sperando che i bambini non diventassero mai grandi, come sperano i genitori. Avevo dipinto gli infissi della porta finestra, che erano in legno scuro, di un bianco ghiaccio, che doveva intonarsi con il muro bianco e la parete di fronte che avevo fatto in antracite. Avevo comprato scrivanie bianche, una per me e una per mio fratello, un armadio bianco con le venature del legno in evidenza, un letto grigio antracite in metallo, a soppalco, che lasciava ampio spazio per il letto di mio fratello sotto. Feci tutto da solo, non chiesi mai aiuto anche se l’avrei gradito, perché non volevo fare una cosa sbagliata; mio fratello si limitò a dormire, pareva che la cosa non lo riguardasse. Era di pessimo umore in quei giorni. Ogni giorno si svegliava alle cinque del mattino, prendeva il frecciarossa alle sei e mezza per andare a Milano, e tornava a casa alle 11 di sera. Sarebbe bastato forse questo, scoprii poi che non era l’unica cosa che gli occupava i pensieri. Rimasi quindi una specie di operaio invisibile.
Quando mia madre aveva visto gli infissi dipinti di bianco mi aveva demolito. Le avevo rovinato la casa. Rimasi impietrito dal giudizio, avevo chiesto il permesso prima di farlo. È stata l’ultima cosa che ho fatto nella casa in cui sono cresciuto, l’ultimo lavoro di ristrutturazione di cui mi ero fatto carico. Il lavoro manuale era stato, grossomodo, il mio principale tentativo di esistere, di sentirmi importante e presente per la mia famiglia.
Dopo la morte di entrambi i miei nonni materni, i soldi che avevano lasciato a mia madre erano stati quasi tutti spesi per sistemare la casa. Una cucina nuova; un gigantesco nuovo armadio nella camera matrimoniale dei miei genitori; una grande libreria nuova in salotto, con i libri tutti riorganizzati; e prima ancora le pitture in casa, con un pittore che si chiamava come me, e che di volta in volta aveva preso confidenza e iniziato a fare battutine sconce per stabilire una connessione con me, visto che gli parevo “in età da figa”. Furono settimane di casa messa a soqquadro. Io e mio padre che spaccavamo assi in cucina, per farla a pezzi, lanciarla giù dal balcone mentre un’impresa di sgomberi se la caricava nel camion e la portava via; io e mio padre che montavamo mobili Ikea perdendo la testa dietro alle istruzioni mute; io e mio padre che caricavamo la mia auto di resti e scarti; io da solo che guidavo la macchina fino all’ecocentro, e gettavo tutto nei grandi cassoni. Grossi pezzi della vita della mia famiglia giacevano assieme a quelli delle famiglie degli altri. Lì fuori, un cartello diceva “inerti”.
“Come si sentiva a fare tutto questo?”
Ci misi forse qualche minuto a iniziare a parlare, mentre la mia terapeuta mi fissava, sempre con quel sorriso in bilico tra il compassionevole e l’ironico.
“Mio padre, un giorno, alla fine di tutta quella fatica, di tutti quegli sforzi, un giorno mi disse grazie, che ero stato fondamentale, sempre presente, e non ce l’avremmo mai fatta senza di me.”
Se non io, chi? Questa domanda mi aveva acceso un punto perfetto in cui tuffarmi, e sentirmi importante, al centro dell’attenzione, in un contesto che fosse pronto a definirmi e a scolpirmi, perché io altrimenti, senza il contesto, ero niente. Il niente assoluto. La mia terapeuta mi sorrise. Io sorridevo, pensando che non ci fosse niente da sorridere.
Quel pomeriggio del primo maggio trovai il coraggio di salire le scale di casa, per scoprire se ero arrivato troppo tardi, se quella scorciatoia mi era costata cara, ed entrai in casa. Mia sorella era uscita per una boccata d’aria. Mia madre era a letto, forse sveglia, forse svenuta. Girai qualche stanza e infine lo vidi lì, mio padre, che chiudeva la valigia. Forse mi aveva aspettato. Era agitato, si muoveva elettrico come non l’avevo mai visto, parlava ansimando, con respiri fulminei e rumorosi, mi chiedeva scusa, lo implorava quasi, ma lui non poteva più restare; eccomi, ero tornato in tempo, eppure troppo tardi. Avevo già cominciato a cercare le mie colpe in tutto quello che stava accadendo. E la più grande era che ero lì, e nonostante fossi lì, le cose si stavano disgregando lo stesso, senza che io avessi nessun potere, senza che la mia sorveglianza servisse a granché. Mio padre mi baciò, mi abbracciò e mi salutò. Fu breve, quasi impacciato, forse volutamente, per garantirmi che fosse un arrivederci e non un addio, pensai molti anni più tardi. Per quanto ne potevo sapere in quel momento però, in quell’istante in cui si chiuse alle spalle la porta che fece un breve rimbalzo, Vigodarzere diventò un’idea diversa di casa.

Riparazione

Un giorno di fine agosto mi sporsi dalla finestra del bagno, l’unico bagno finestrato di casa, quello a fianco alla camera matrimoniale, da cui si vedeva il cancello elettrico che varcavo sempre per entrare con l’auto nel cortile del condominio. Lì, vidi un capannello di manutentori; per tutta l’estate il cancello, ogni volta che il braccio meccanico lo apriva e lo chiudeva, aveva prodotto uno stridio fortissimo, esasperante, che rimbombava in casa. Quando sentivi il rumore, voleva dire che qualcuno era tornato. Alcune di quelle volte, quella persona era stata mio padre.
All’inizio era sempre un colpo fortissimo. Significa che ci hai ripensato, significa che sistemerete, significa che c’è ancora speranza, erano tutte le domande che mi facevo ogni volta che, come se niente fosse, sentivo la chiave girare nella toppa e lo vedevo entrare, sguardo basso e borsa appresso. La risposta alle domande era che, più banalmente, un altro posto dove stare non ce l’aveva. Si prendeva qualcosa, restava un pochino, giusto il tempo che la situazione non si surriscaldasse troppo, poi era costretto ad andarsene di nuovo. Andò avanti così per un po’, fino a quando smisi di farmi domande, e mi abituai.
L’estate l’avevo trascorsa a cercare di capire le cose, e poi a prendere boccate d’aria fuori, mentre le cappa non lasciava tregua. Mio fratello non parlava, sembrava tollerare del tutto quello che stava accadendo. Mia sorella era del tutto disorientata, ma avrebbe poi sfogato tutto quel dolore nel corso degli anni, pagando il fatto di non averlo gettato fuori tutto in una sola volta. Io, di mezzo, fingevo di fare una tesi che era più una speculazione immaginaria, e me lo disse anche il mio relatore poi, con parole più eleganti. Ero tornato a casa più volte trovando mia madre sul letto, in uno stato confusionale, stordita dai farmaci. Aveva il volto trasfigurato, i lineamenti cadevano in un’espressione che emanava disgusto per l’esistenza. Indossava quasi ogni giorno e ogni notte, posto che questa distinzione avesse senso per lei, un vestitino da casa, corto, blu con una fantasia a fiorellini bianchi. Quando non era a letto, stava sul divano, un divano di pelle bianca che ormai nelle venature era segnato di sporco nerastro, dando da fuori un effetto vaniglia, e a cui si era nel tempo sempre prodigata a cambiare cuscini, comprandone di nuovi a seconda dell’ispirazione che le prendeva. Dall’inizio della crisi aveva smesso di curarsene. Stava sul divano inerte e piangeva, ma non di un pianto disperato, addolorato; era un pianto rancoroso, silenzioso, quasi un riflesso meccanico dei bulbi oculari a un corpo che doveva inventarsela un’emozione, mentre si svuotava di stimoli. Provavo a farla parlare, cercando di navigare a vista, ma la depressione e l’esaurimento nervoso erano un oceano nero che non riuscivo a collocare nelle mie mappe. E mi sconvolgeva, da una madre di un affettuosità quasi collerica come lei, una che si sarebbe anche buttata nel fuoco per i suoi figli, sentirle dire con lo sguardo che fissava il vuoto che non trovava più il senso nel continuare a respirare. “Ma neanche per noi? I tuoi figli?”, e lei mi guardava, quasi non mi riconosceva, e scuoteva la testa, senza rendersi nemmeno conto credo di che impatto la sua risposta avesse infrangendosi su di me. Questi erano i momenti di quiete. Poi c’erano quelli di panico, rabbia, collera, in cui camminava sbattendo i talloni nudi sulle piastrelle provocando quel vibrare sordo, e capivo che stava meditando qualcosa, qualche azione, e sapevo che era fuori di sé e qualunque cosa stesse pensando non poteva essere niente di buono. Rinunciai a spiegare agli amici che coi miei fratelli facevamo i turni per non lasciarla a casa da sola, perché anche se svuotavamo le bottiglie, nascondevamo i coltelli e cercavamo di tenerla distante dal balcone era lei stessa che minacciava che tanto se voglio lo faccio, e nessuno può fermarmi.
Così ogni tanto tornavo a casa e ci trovavo un buco nell’abitudine. Un mobile spostato da un’altra parte, uno scaffale vuoto che era pieno fino a qualche giorno prima, una pianta nuova, una borsa di vestiti riempita, e non mi era chiaro se fosse passato mio padre o se mia madre avesse tentato di riprendere possesso di una casa in cui ancora troppe cose le mostravano la sua vita coniugale appena infranta, e la presenza di mio padre, le cose che aveva deciso, le disposizioni che avevano concordato assieme, io mobili che io e lui avevamo montato, i libri che avevamo ordinato per genere, i colori dei muri. All’improvviso l’arredamento di casa in cui avevo cristallizzato il mio lavoro e il mio esistere, le ristrutturazioni di cui mi facevo vanto, gli ambienti in cui avevo riposto la possibilità di definirmi erano diventati per la mia famiglia una prigione da smantellare.

Hai tante cose a cui pensare. Hai il tuo lavoro. Ci siamo noi, siamo i tuoi figli, guarda quante cose hai creato nella tua vita. Pensa a chi ha dei lutti, delle malattie, pensa in quanti modi le cose potrebbero andare peggio di così.

Queste frasi erano il modo in cui cercavo di consolare mia madre, provando a fare breccia su quella coltre di nebbia catatonica e iraconda, portando argomentazioni razionali, concrete, pescate da un computo lucido, qualcuno doveva pur dire cose sensate se lei non ci riusciva, mi ripetevo di continuo. E così andavo a sbattere contro il ventre molle della malattia mentale, sbagliando tutte le armi e le strategie per guardarci dentro. Padova, Vigodarzere, casa mia, i luoghi che avevo esplorato e toccato fisicamente, strade e poligoni di cemento, corridoi, mura, mobili, scale, corpi solidi, il solido era tutto ciò che avevo conosciuto fino a quel momento, e il solido era ciò che usavo per tentare di aprire porte su scenari che non conoscevo. La porta si aprì solo quanto toccò a me.
Sedevo nello studio della terapeuta, con lo sguardo basso. “Ho fatto del male. Ho fatto del male alle persone che volevo aiutare, sono stato brusco, razionale, ho creduto nel potere della razionalità e dell’essere lucidi, nella matematica, nelle scienze esatte, nelle evidenze, nella vita ad ogni costo e nella volontà e l’ho imposto con rabbia come una legge, come qualcosa a cui non sottrarsi mai, costi quel che costi. Ho creduto che la spinta autodistruttiva fosse una scelta, un modo di attirare l’attenzione, qualcosa di controllabile che si potesse scegliere di non controllare. Ho detto stai su, rifletti, riprenditi, rialzati, pensa a questo, pensa a quello, ragiona, soppesa, valuta, confronta, compara. Ho fatto la cosa peggiore che potevo fare, tentare di squarciare la depressione da fuori. L’ho fatto perché pensavo di fare del bene, volevo fare del bene, volevo aiutare e far capire, ma non aver capito niente ero io. Ho passato anni ad avercela con me stesso per non esserci riuscito, ho pensato a mio padre che diceva di non poter fare niente per salvare la mamma, io sgranavo gli occhi e invece era proprio così, davvero così, nulla era più vero e giusto di così; ho passato anni a ricordarmi quello che ho visto, che ho sentito, che mi è stato detto, le parole di rabbia, la mia tesi gettata a terra, gli insulti, le bottiglie di whisky svuotate, non riuscire a darmi una spiegazione, se non un comodo ma non per questo rassicurante “non era la stessa persona”.
“Le piace Vigodarzere?”
Sarà sempre casa mia. Ci sono andato a scuola, a piedi e in bicicletta. Ci ho giocato a calcio, prima da prediletto poi, molto tempo dopo, da scarto. È il luogo dove per la prima volta mi sono riunito in una stanza a suonare con altre tre persone, mi era sembrata una magia, un sortilegio, una cosa che ti proietta all’istante in un mondo a cui non pensavo di avere accesso. Sì, ogni volta che ci torno Vigodarzere mi spiega chi sono, ma è anche come se mi ammonisse su chi avrei potuto essere se le cose fossero andate diversamente.
Dopo meno di mezz’ora i manutentori se ne andarono. Adesso il cancello aveva smesso di fare quel rumore di ferraglia assordante, e si apriva e si chiudeva in silenzio. L’estate ormai stava per finire, presto avremmo potuto tenere le finestre chiuse.
“Che cosa le fa paura?”
“Attorno a me tutto cambia, e io no. Pensavo che nella vita essere solidi, integri, granitici, fosse tutto. Non crollare fosse tutto. Mi sono comportato così tutta la vita. Perché?”. Ogni volta che le faccio una domanda, domande su cosa succederà nel futuro, o domande giusto da niente, tipo un perché, lei inclina la testa, mi fa di nuovo quel sorriso ironico e compassionevole attraverso la mascherina, che vuol dire che sto provando a barare, e il sistema mi dà errore. Mi ricorda, senza dire niente, che non può rispondermi, che non è lì per rispondermi.
“Riprendiamo a fine estate.” La saluto, scendo in strada, sono le nove e mezza del mattino, il sole brucia già. Mi chiedo quanto a lungo dovrò indossare le impalcature, quanto ancora ci vorrà per ripararmi tutti i danni. Stasera vado a cena dai miei. Stanno bene. Fermo al semaforo pedonale, mentre aspetto il verde per attraversare, osservo i palazzi di Corso Milano, enormi, granitici, opprimenti, inscalfibili, fatti di una materia densa e fredda. Non mi assomigliano per niente.

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Marco Vezzaro

Copywriter & Editor | Volevo fare il calciatore ma è troppo tardi, vorrò fare lo scrittore fino a quando non sarà troppo tardi | http://marcovezzaro.com